Nuovi ghetti: guida per isolare interi quartieri

Avvertenza: è una riflessione totalmente di pancia.

I ghetti, in teoria, sono stati chiusi in Italia nell’Ottocento. Cos’è allora che mi fa parlare di ghetti? Perché nuovi ghetti?

Con questa espressione di certo non mi riferisco al fenomeno di epoca moderna e nemmeno al razzismo europeo nei confronti degli ebrei.

Mi riferisco a certo tipo di architettura urbana, che confina interi quartieri in un isolamento che gli abitanti del quartiere non vogliono e che finisce, SEMPRE, con il creare enormi problemi.

Se, infatti, vengono creati quartieri, anche con il nobile scopo di rispondere ad un’emergenza abitativa, ma questi poi non vengono dotati di infrastrutture e servizi, il passo perché diventino nuovi ghetti è veramente breve: viene a mancare lo scambio fondamentale con il resto della città, quell’assenza di scambio che, se accadesse in una parte del nostro corpo, sarebbe chiamata gangrena.

Tor Bella Monaca Flickr user: mauriziosacco, CC BY 2.0
Tor Bella Monaca
Flickr user: mauriziosacco, CC BY 2.0

Le dinamiche che si innescano sono molte: adolescenti che non sanno come passare i loro pomeriggi, trentenni che nemmeno provano a cercare lavoro, genitori che non riescono a vivere la loro condizione di lavoratori e padri o madri serenamente, anziani abbandonati. È chiaro che se queste sono tendenze che esistono latenti nella nostra società, l’assurdità con cui sono gestite molte città in Italia, e ora ho in mente Roma in particolare, non fa che esasperarle.

Mi piacerebbe dire che quei casi sono pochi, fantascientifici, congetture, ma non è vero. Posso citare casi su casi per ciascuna delle categorie che ho menzionato. Quei casi sono la realtà dell’Italia. Perché non è una circostanza fortuita che TUTTI i “quartieri malfamati” di Roma, ad esempio, abbiano in comune delle caratteristiche specifiche: case popolari, mancanza di servizi, connessione al resto del territorio pressoché inesistente.

Badate bene, non una delle tre caratteristiche, ma tutte e tre insieme. (Infatti non è accettabile dover sentir dire ancora che la colpa è degli abitanti del quartiere, perché nessuno se ha una possibilità di miglioramento sceglie coscientemente di vivere in situazioni di privazione dei diritti).

E allora, senza arrivare a parlare della microcriminalità e dei ragazzi che vengono da contesti sociali più svantaggiati, ogni volta che sento dire che siamo bamboccioni mi viene in mente l’ora e mezza di mezzi pubblici che mi devo fare per arrivare in centro e quanta determinazione mi ci vuole, ogni volta, per sobbarcarmi un viaggio che, con lo stesso tempo, mi porterebbe a Salerno in treno. E se nella mia situazione si trovasse qualcuna che non ha avuto la fortuna di essere stimolata come lo sono stata io? Quanti incentivi in meno avrebbe per mettersi in viaggio? Quanto sarebbe un’opzione più attuabile morire di noia nel posto dove è nata?

Case popolari di Prima Porta, Roma Welcome to Favelas
Case popolari di Prima Porta, Roma
Welcome to Favelas

Ma se volete potrei raccontarvi di Santa Palomba, Pomezia, dove l’acqua corrente è stata avvelenata, e perciò inutilizzabile, fino al mese scorso; oppure di mia nonna, che vive a Piazza dei Navigatori, a due passi dalle mura, e deve aspettare il suo autobus anche un’ora, per questo rinunciando molte volte ad uscire; o infine di Ponte di Nona, dove gli insegnanti delle scuole cambiano ogni anno, dove non ci sono servizi (non ‘ce ne sono pochi’, proprio non ce ne sono), dove i bambini crescono vedendo ogni tipo di arma intorno a loro, e nient’altro.

Sentirsi abbandonati e relegati in una situazione di disagio quando si vive in queste condizioni è doveroso. Se vi è mai sembrato che nelle nostre città venisse tracciato un discrimine tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, beh, mi spiace dirlo, ma è proprio così.

Per le periferie non esistono sforzi delle istituzioni e non esiste volontà d’intervento. Esiste solo il bisogno di relegare i problemi fuori dal centro, di creare dei nuovi ghetti, ed in vista di questo obiettivo si lavora alacremente.

Foto di copertina: I corridoi di Corviale, Flickr user Brigante, CC BY-SA 2.0

Grazie Welcome to Favelas per la concessione della foto.

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