Quando “essere umani” nel 2018 vuol dire essere radical chic

Non è una novità, da quando il nuovo governo si è formato, agli inizi di Giugno 2018, popolazione, intellettuali, giornalisti si sono schierati ancor di più che negli ultimi vent’anni. Sembra una corsa a chi è più contro l’altro. Querele, lettere ai giornali, ma più di tutti post sui social, incentrati tutti allo scontro sociale.

Si sceglie, quasi sempre, nella vita da che parte stare, che squadra tifare. O almeno pensavo così. Un valore costante della mia vita è la coerenza, raramente mi abbandona e non è sempre un aspetto positivo. Da un po’ di mesi a questa parte la mia coerenza ideologica, che per fortuna ritrovo nel mio lavoro quotidiano e in poche, ahimè persone vicine, mi rende debole, triste e sola.

Ma non è uno stato d’animo lontano: proprio in questi giorni è stato il quarto anniversario dalla mia laurea magistrale e, quattro anni fa, mi sentivo proprio così. Una incompresa neo laureata in Storia che pretendeva di fare gavetta, di provare a lavorare, che doveva giustificarsi davanti a frasi del tipo “te la sei cercata, potevi studiare qualcos’altro”. Ma questa è un’altra storia (gioco di parole voluto).

Quella di questi ultimi mesi invece sembra averla letta nei libri, oppure no. Le dinamiche sembrano essere le stesse, oppure no. I paragoni storici sono importanti, possono essere similitudine, dinamiche che richiamano eventi passati, ma in realtà tutto cambia, la società cambia. La società in cui io, e spero altri, non mi rispecchio più.
Amo i social, la mia generazione è piombata dentro FaceBook e non l’ha più lasciato, è inutile negarlo e rinnegarlo sarebbe un contro senso. Ma la democrazia dei social ha creato mostri e ha dato la parola a tutti, e dico tutti. Questa è democrazia, è libertà, ma oggi questa troppa libertà fa male. Non avrei mai pensato di dirlo.

Non rientro di certo tra le persone bullizzate dai social, ma ho avuto scontri verbali con conoscenti e non. Sono stata accusata di essere buonista, di essere una zecca rossa, di essere una comunista col rolex, di essere una laureata spocchiosa che pretende di insegnare a vivere agli altri, e di essere una radical chic che non ospita gli immigrati a casa propria. Io non li ospito perché non ho le competenze e la struttura adatta per farlo, così come non taglio le aiuole davanti casa, non sistemo i lampioni senza lampadina della mia strada. C’è lo stato, o meglio dovrebbe esserci, ad occuparsi di politica. Politica. Che parolone ultimamente, un populismo che da anni non molla ci ha portato uno contro gli altri, a criticarci e ad offenderci. Si perché vorrei distinguermi, ma a volte non ce la faccio. Mi sento sola, combattuta e penso che chi ha votato o chi sostiene Matteo Salvini sia poco intelligente: una campagna elettorale mai finita fondata sull’odio verso il diverso. La disoccupazione giovanile è sparita, la violenza di genere è finita, l’età pensionabile non è più un problema, l’unico problema sono gli immigrati, quei neri che arrivano con lo smartphone a bivaccare negli hotel con 35 euro al giorno. (?)

A volte però non è tutto così nero (il colore non è scelto a caso), il 7 luglio, giornata della #magliettarossa indetta da Don Ciotti, ho incontrato in un grande magazzino una famiglia, genitori con maglia rossa, bambino con maglia rossa, bambina, di massimo due anni, con maglia rossa con su scritto l’# dell’iniziativa. Questo mi ha dato speranza, insegnare ai figli l’umanità, la solidarietà sin da piccoli, è uno dei regali più belli che gli si può fare.

Concludo questo mio sfogo di pensieri dicendo che a novembre farò 30 anni, se vorrete regalarmi un rolex sarò una vera buonista radical chic.

RESTIAMO UMANI

Francesca
Amnesty International
IT

 

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