Shoah e memoria: il dovere di ricordare

Anche quest’anno è arrivato il 27 gennaio, l’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dei Sovietici dell’Armata Rossa, il giorno della memoria.

Shoah e memoria: quando ricordare è un dovere. Tematica questa che si ripropone ogni anno e su cui forse in realtà ci soffermiamo poco, presi come siamo da quella che ormai è quasi diventata una sorta di celebrazione.

L’Occidente ha posto a base della sua contemporaneità la memoria di questo genocidio orribile e reso ancora più mostruoso dalla sistematicità, dalla programmazione e dal rendere un processo industriale la morte di 6 milioni di bambini, donne e uomini.

Per non dimenticare, si dice. Ma spesso perdiamo davvero di vista cosa è accaduto e forse lo ricordiamo solo nel giorno della memoria. Cosa un po’ ipocrita, mi viene da dire.

Di memoria in realtà l’umanità ne ha poca. Tende a rifare gli stessi errori, con più o meno bestialità, in modo più o meno grande. Si riempie di belle parole l’umanità, dice di ricordare, ma poi chiude gli occhi di fronte alle brutalità contemporanee, brutalità che forse sentiamo lontane perché avvengono lontano. In Africa, ad esempio.

Scegliamo cosa ricordare, infatti, non dimentichiamolo. L’Occidente sceglie così di ricordare con questa forza solo l’Olocausto, per la grandezza della mostruosità, delle vittime, del dolore, dell’evento storico, certo.
L’Occidente non ricorda con tanta forza il genocidio degli Armeni del 1915-1916, che viene commemorato solo da loro il 24 aprile né il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. Li condanna, ma non li commemora.
Luoghi lontani, episodi che non ci colpiscono con la stessa forza con cui può colpirci in pieno petto, ad esempio, il capire che anche il colto piccolo borghese, che viveva forse in una tranquilla città tedesca nel cuore dell’Europa, era in grado di mostrare la banalità del male o l’episodio dello svuotamento di un ghetto avvenuto nella nostra città, laddove ora magari andiamo a mangiarci un dolcetto della tradizione ebraica.
Tutto vero. Forse è normale che sia così, forse è solo nella natura umana.
In fondo è lo stesso processo per cui veniamo colpiti più da un 11 settembre o da un Charlie Hebdo piuttosto che dai massacri che avvengono nei Paesi africani o in Medio Oriente e che sono all’ordine del giorno. Non avviene sempre e per tutti, ma avviene spesso e per tanti. Siamo ancora ipocriti? Forse un po’.

La Shoah è infatti forse l’unico grande genocidio che l’Occidente sente con responsabilità il dovere di ricordare. A distanza di settant’anni sentiamo ancora il peso di quegli orrendi atti: lo sentono i tedeschi, i carnefici di allora, lo sente il resto dell’Occidente che forse crede di non aver fatto davvero abbastanza, che fa del giorno della memoria quasi una missione e che prova ribrezzo per quello che la sua “società illuminata” è stata in grado di fare.

Ricordiamo e selezioniamo cosa ricordare, ma almeno ricordiamo. Diamocene atto.

Oggi sentiamo ancora di più il dovere della memoria ed è ancora più necessario il ricordo della Shoah e dei crimini del regime nazista perché piano piano ci stanno lasciando coloro che potevano raccontare a viva voce cosa accadde davvero in quei campi della morte. Sentiamo ancora di più il dovere della memoria perché la storia insegna, ma purtroppo non lo fa mai abbastanza; perché dietro ai tweet in cui i politici incitano a ricordare, al mai più, alla vicinanza a chi fu vittima e al popolo che fu trucidato spesso non vediamo altro che parole di circostanza; perché i tempi sono duri e l’odio viene facile ed è spesso la risposta più semplice; perché razzismo ed antisemitismo sono piaghe che purtroppo non vengono mai completamente sanate; perché sentiamo che la memoria è il fondamento della nostra società e perché è un segno di civiltà ricordare quello che furono costrette a subire milioni di persone in anni di violenze, in giorni pieni di odio, in momenti di pura paura e terrore.

Il peso della storia di cui parlava Elsa Morante, forse. Quel peso che schiacciava i suoi personaggi, anche i più innocenti, in La Storia. Forse il peso della Storia e della storia della Shoah è troppo grande, ma noi siamo pronti a sostenerlo. Ora e sempre.

“La memoria è lo scriba dell’anima”, diceva dopotutto Aristotele.

[author] [author_image timthumb=’on’]http://www.ilpostgiusto.com/wp-content/uploads/2015/01/Betta_.jpg[/author_image] [author_info]Elisabetta Graziani, 27 anni, di Roma. Dottoranda in Storia Medievale, ama Boston, il calcio e le cose belle di ogni tipo (compreso Kevin Spacey). Per ardua ad Astra.[/author_info] [/author]

2 risposte a “Shoah e memoria: il dovere di ricordare”

  1. Che dire? L’articolo è condivisibile, oggettivamente, da ciascun lettore che abbia la ‘ragione’ efficiente e, orrida condizione, che abbia base culturale occidentale.
    Al di fuori di quest’ultima impera una sorta di relativismo delle atrocità umane, con oltre un miliardo di persone che, per bocca dei loro governanti, sposano il negazionismo dell’ Olocausto malgrado l’enorme quantità di prove documentate definibile, ciascuna, come ‘pistola fumante’.
    Senza che io debba scomodare la storia, durante la mia vita potrei dire di essere stato ‘persona informata sui fatti’ riguardanti almeno una dozzina di milioni di morti per assurdi ‘casus belli’ tra i quali (poteva non essere?) primeggiano religioni e razzismo.
    Qui mi alienerò l’appoggio di chi mi legge.
    Memoria, si certo. Ma dal mio punto di vista, in parte concorde con lo sparuto gruppo di ebrei “storici revisionisti israeliani”, a suo tempo contrari anche all’istituzione dello Stato d’Israele, non posso non constatare che lo stato d’Israele, nato il 29 novembre 1947 per deliberazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è comportato e si comporta verso i palestinesi, protetto anche dall’immane tragedia subita, in modo che, spesso, somiglia a quello dei suoi aguzzini di allora.

    1. Certamente, infatti credo che il commemorare le vittime dell’Olocausto non tolga nulla di certo al riconoscimento degli sbagli e dei crimini a noi più contemporanei. Sono cose che metterei solo su due piani diversi.

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