Riforma della scuola: la volta buona?

Nel nostro Paese si discute molto di scuola in questi giorni: la tanto attesa riforma è slittata ancora, ma non le assunzioni dei 180mila precari previste, almeno a detta del governo.

Il ministro dell’istruzione Giannini ha proposto ieri sera, 3 marzo, in Consiglio dei Ministri delle linee guida per una riforma, l’ennesima per la scuola, che verrà effettuata attraverso un disegno di legge e non con decreto, come pensato inizialmente.

Eh sì, perché ogni governo che si avvicenda nel nostro Paese fa partire o annuncia una riforma della scuola. Peccato però che i problemi persistano: precarietà, poca organizzazione, edifici fatiscenti.

La scuola che cambia, dice Renzi. Solo che il concetto di cambiamento viene spesso sopravvalutato: cambiare sì, ma cambiare in meglio sarebbe auspicabile.

Diamo un’occhiata ai provvedimenti

Il Governo ha annunciato investimenti per 1 miliardo nel 2015 e 3 a partire dal 2016 e provvedimenti come lo stop delle supplenze e l’ingresso nel corpo docenti solo per concorso, l’inserimento di personale organico per le scuole che avranno anche maggiore autonomia, la promozione dei docenti in base al merito, i potenziamenti di alcune materie in base al grado che si sta frequentando, degli sgravi fiscali per chi vorrà far studiare i propri figli nelle scuole paritarie (decisione molto discutibile), per chi deciderà di investire nella scuola e la possibilità per i ragazzi di approcciarsi al mondo del lavoro già a partire dagli anni di studio attraverso ore passate nelle nostre aziende, cosa che avviene già in Germania, ad esempio, sia a livello di scuole superiori che di università. scuola

I provvedimenti sembrano avere una loro coerenza ed essere in linea con quello che accade nel resto d’Europa e, nella maggior parte dei casi, con le esigenze del Paese.

Ma una domanda sorge spontanea: la scuola si sta dunque avvicinando sempre più al mondo dell’impresa? Sembrerebbe di sì e dopotutto è quello che si sta cercando di fare anche con l’università, o meglio, solo con alcune università. Si sa, è quello che la nostra società richiede e non è detto che sia per forza un male a patto che si tuteli quello che c’è da tutelare: il sapere.
Una via di mezzo qui davvero ci vorrebbe: una scuola ed una università ben bilanciate tra impresa e professioni legate ai saperi umanistici non sarebbero male e dovrebbero passare anche per quella riforma all’accesso alle carriere della scuola, che si sta tentando di delineare.

Ben vengano le riforme purché siano ben fatte e non solo annunciate con motti eclatanti e simpatici hashtag (ma poi perché ora tutto ha un hashtag?).
Ben venga una scuola senza precari e con docenti preparati, una scuola equilibrata vicina al mondo del lavoro, ma che sia in grado di tutelare anche i saperi umanistici, raccordandosi in modo coerente con il mondo dell’università.

Il pericolo è che venga fagocitato dall’industria scuola e dall’impresa università tutto ciò che non sarà considerato produttivo. Su cosa si deciderà di investire infatti? Sui licei classici che si occupano di Socrate o sulle scuole professionali in cui si preparano elettricisti?

Mi auguro vivamente su entrambe ma, visto che sono come il Candido di Voltaire, il migliore dei mondi possibili di Leibniz mi fa tanto sorridere e mi appare tanto lontano.

Ad ogni modo se il pericolo diventerà realtà lo scopriremo solo vivendo.

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Elisabetta Graziani