The Wire, tra poliziesco e sociologia

The Wire è una serie americana che si sviluppa su cinque stagioni, andata in onda ormai qualche anno fa ma che Sky sta riproponendo (sono arrivati ormai alla seconda stagione).

Due parole sulla trama

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Protagonisti di The Wire sono i vari dipartimenti di polizia della città di Baltimora, nello specifico il dipartimento di major crimes, che investiga attraverso l’utilizzo di intercettazioni, cavi immagine (wires per l’appunto) ed appostamenti, diversi soggetti che muovono la criminalità cittadina: narcotrafficanti, contrabbandieri ed altri.

Cos’è che funziona e cosa proprio no

The Wire non è il solito poliziesco: le indagini dei dipartimenti fanno solo da cornice ad un’analisi sistematica delle differenze sociali tra popolazione bianca ed afroamericana e delle diverse opportunità che vengono offerte alle due componenti della città.

È memorabile, nella prima serie, la spiegazione che D’Angelo, uno spacciatore, fa dei diversi pezzi degli scacchi ai suoi giovanissimi sottoposti, che stanno iniziando il loro cursus honorum all’interno del narcotraffico. Dopo aver spiegato come i pedoni siano carne da macello nelle dinamiche del gioco, D’Angelo procede a spiegare la regina:

The queen ain’t no bitch. She got all moves – La regina non è una stronza qualsiasi. Ha tutte le mosse

Questo è un passaggio importante: nella quarta serie McNulty, uno dei poliziotti cardine della serie, in un incontro confidenziale con uno degli spacciatori a cui D’Angelo aveva spiegato gli scacchi in quell’episodio della prima serie, risponde al suo “Io sono un soldato” con “Sei un pedone”.

Flickr user Dave Winer, CC BY-SA 2.0
Flickr user Dave Winer, CC BY-SA 2.0

Piace anche molto lo scavo dei personaggi, in cui i ruoli di buoni e cattivi si invertono spesso, o meglio in cui i buoni non lo sono mai del tutto, e così anche i cattivi, un aspetto, questo della profondità dei personaggi, che comunque appartiene molto di più al mondo delle serie rispetto a quanto si riesca a fare nel cinema.
E poi comunque se i cattivi sono bellissimi e fighissimi, che resistenza possiamo opporre noi alla devozione totale?

Non mi è piaciuta, però, la quasi assenza di personaggi femminili di rilievo (che è fortunatamente bilanciata dalla presenza di bellissimi attori maschili, lo volevo ribadire) anche se di diversità, nella serie, ce n’è molta, con trovate anche inaspettate ed interessanti.

Non mi è piaciuto che i personaggi a cui mi affeziono cadano come mosche, visto che sto ancora cercando di riprendermi da Game of Thrones.

Non mi sono piaciuti i parecchi buchi nella trama delle vicende personali dei protagonisti, anche se troppa continuità, da una serie che si sviluppa su cinque stagioni, non si può pretendere.

Nel complesso la serie è da vedere ed interpretare come psico-sociologica più che poliziesca. La consigliamo caldamente nonostante non sia di fattura tecnica eccellente.

Foto di copertina: Wikimedia user JRibaX, CC0

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